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Parliamo ancora di truffe? Dai, che è divertente (non lo è).

Ho appena finito di dire, nell’ultimo articolo, che le APL non sono una truffa. Be’, non tutte. Ci sono ovviamente quelle più conosciute anche a livello nazionale che sono “sicure” e di cui perciò non dovremmo preoccuparci. Ce ne sono altre, invece, che non sono poi così innocue.

Succede, ed è successo anche a me mooooooolto tempo fa, di mandare il proprio curriculum a delle agenzie per promoter, uno degli unici lavori che possono fare gli studenti, perché occupano solo il week end. E che poi una delle suddette agenzie ti chiami a fare promozioni presso un centro commerciale (8 ore in piedi a promuovere un prodotto): la paga è buona e il lavoro non troppo complicato, perciò si accetta.

Senonchè, dopo un po’, l’agenzia chiama dicendo che l’azienda del prodotto in promozione non era soddisfatta e l’ha sospesa. Perfetto, penserete, il lavoro è andato ma almeno ti pagheranno le ore in cui hai lavorato! E invece no. Perchè non c’era nessun contratto.

La prima regola quindi é: prima di fare qualsiasi cosa, firmare un contratto. Firmarlo SEMPRE prima di iniziare a lavorare, anche se vi dicono “facciamo prima una prova e poi il contratto”… no. La prova è già compresa nel contratto: per legge c’è un periodo di tempo (di prova, appunto) in cui l’azienda può licenziare il dipendente e il dipendente si può licenziare senza ripercussioni.

Sembra una cosa banale, lo so, ma, ripeto, è successo e credo succeda ancora.

Vi è mai capitato qualcosa di simile?

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Curiosando un po’ tra le parole con cui giungete su questo blog digitandole nei motori di ricerca, alcune mi hanno lasciato un po’ stranita. In particolare, “adecco truffa” e “agenzie per il lavoro fregatura”.

Sono rimasta stranita perché siamo circondati da talmente tante truffe, da talmente tante persone che tentano di fregarci in qualche modo (basta pensare a tutte le offerte vantaggiosissime degli operatori telefonici, ad esempio… alcune sono vantaggiose solo per l’azienda che le promuove), che ci costringono a pensare che tutto sia una truffa.

Ma, no, vorrei chiarire: le agenzie per il lavoro non sono una truffa. Come ho scritto in un precedente post, sono legalissime (infatti per mettersi sul mercato devono essere sanzionate dal ministero) e non solo: sono uno dei due modi che abbiamo per trovare lavoro al giorno d’oggi. L’altro, quello istituzionale, statale, sono i centri per l’impiego, di cui forse avrete già sentito parlare (probabilmente in maniera negativa).

C’é ancora chi stampa i propri curriculum e li invia per posta o li porta a mano alle aziende nei pressi di dove abita, sperando che abbiano bisogno di una figura professionale con le sue caratteristiche. Oppure c’è chi, più tecnologicamente, manda email alle suddette aziende (anche se alcune l’email non ce l’hanno nemmeno, oppure non è reperibile su Internet).

Non è sbagliato. Se vogliamo, però, mi sembra uno spreco di tempo. Perché, insomma, se un’azienda sta ricercando una persona per un determinato ruolo da ricoprire, immagino che non se ne starà con le mani in mano ad aspettare che gli cada dal cielo.

Certo, può essere che quell’azienda stia ricercando qualcuno per canali che io non frequento e che per un caso assurdo io proprio in quel momento mandi all’azienda il mio curriculum, senza nemmeno sapere che stanno cercando qualcuno. Ora, tra le altre cose questo qualcuno dovrebbe avere le caratteristiche e le esperienze che io ho, il che non è per niente scontato; anzi, è molto improbabile.

La cosa si fa ancora più improbabile se sono un neolaureato o un neodiplomato e, a meno di non avere una specializzazione specifica, fondamentalmente non so ancora cosa farne della mia vita lavorativa. Perchè a quel punto nella mia lettera di presentazione dovrò essere generico sul mio eventuale ruolo in azienda, cosa che, insomma, non è propriamente ideale. Chi riceverà il curriculum sarà portato a pensare “Questa persona vuole lavorare per noi ma non sa in che ruolo?!?”.

In conclusione, mi chiedo: tentare la fortuna va bene, ma non si perde un po’ troppo tempo e denaro? Non è meglio utilizzare gli strumenti che ci vengono forniti per far incontrare domanda e offerta di lavoro?

E quali sono questi strumenti? Le APL, o agenzie per il lavoro, come Adecco, Manpower, Gi Group etc.

Parliamone. Le APL sono agenzie che promuovono il lavoro interinale, cioè, non solo fanno da tramite per la ricerca del lavoro, ma anche per il rapporto di lavoro. Così, quando troverete un lavoro con una di queste agenzie, non firmerete un contratto con l’azienda che vi dà il lavoro, bensì con l’agenzia. La busta paga vi arriverà dall’agenzia, non dall’azienda.

Cosa cambia per voi? Niente, se non che rispondete direttamente all’agenzia e non all’azienda per la maggior parte delle cose. Questo è quello che si chiama lavoro interinale o somministrato.

Ma è vero che l’agenzia si prende una parte di quello che guadagno? No. NO. Voi percepite quello che l’azienda vi pagherebbe se vi avesse assunto direttamente. Sulla vostra paga viene riportato il vostro livello, la vostra remunerazione oraria/giornaliera, il tipo di contratto collettivo a cui far riferimento.
Poi, l’azienda paga all’agenzia una quota per i suoi servizi, ma questo non vi deve interessare: all’azienda fa ovviamente comodo che l’agenzia svolga la ricerca al posto suo e che si assuma determinate responsabilità, e questo è il motivo per cui paga un surplus rispetto a quello che pagherebbe senza agenzia, assumendovi direttamente (sempre se vi trova). Compra, insomma, dei servizi dall’APL.

I contratti con l’agenzia sono sempre a tempo determinato? Sì. L’agenzia vi assume per quella che si chiama “missione” per un tempo determinato. Vi ho parlato del fatto che la mia prima assunzione è stata di quattro giorni.
Poi la missione può essere presa come periodo di prova dall’azienda, che conclusa questa, può decidere di assumervi.

Perciò, il mio consiglio è: iscrivetevi alle agenzie per il lavoro. Fatelo online e se potete portate anche qualche curriculum a mano nelle filiali vicine a casa, tanto per farvi conoscere (e magari ricordare!). Di solito l’agenzia fa un primo colloquio conoscitivo per capire le vostre caratteristiche e “schedarvi”, di modo da potervi trovare subito nel caso di offerte che potrebbero interessarvi.

Un’ultima cosa: le APL non sono esclusive, cioè se siete iscritti ad Adecco potete tranquillamente iscrivervi anche a Manpower, non c’è alcun problema! Aumentano solo per voi le possibilità di essere chiamati. 🙂

Per aggiungere un po’ di cose deprimenti a questa giornata primaverile grigissima e piovosa, volevo raccontarvi di una chiamata che ho ricevuto oggi. Lo so, li attiro tutti io.

Un uomo mi contatta, sa il mio nome, dice di aver ricevuto il mio CV. Da chi, non si sa. Mi propone di fare un colloquio conoscitivo per Alleanza Assicurazioni un dato giorno. Prima di accettare, però, gli chiedo per quale posizione, visto che so di non aver risposto a nessuna inserzione per lavorare in un’assicurazione, non avendo io nessuna conoscenza nel campo. Soprattutto, non sarei capace di vendere il fuoco agli eschimesi, perciò so già che qualsiasi lavoro che implichi vendere qualcosa non è fatto per me.

E qui viene il bello. Il tipo balbetta, borbotta qualcosa e alla fine mi dice che non lo sa, perché lui chiama solo per un colloquio conoscitivo, quindi poi insomma si vedrà.

Gli rispondo se è per una posizione commerciale di vendita. Lui risponde che, be’, ovvio, si tratta di una società assicurativa, probabilmente è qualcosa del genere.

A questo punto lo ringrazio, gli dico che non sono interessata e riattacco. Ora ho cercato opinioni su Alleanza e ho trovato le solite cose: è una truffa, pagano a provvigione e se non vendi non pagano proprio, etc.

Come può una persona che chiama per fissare un colloquio non sapere per quale posizione verrai chiamato? E su cosa verterà il colloquio? Ok, si tratta di un colloquio conoscitivo, ma cosa ti chiederanno? E poi loro sapranno quali posizioni hanno aperte o no? Si fosse poi trattato di un/una segretario/a avrei potuto forse quasi capire; ma in questo caso quello che mi ha chiamato era un uomo non molto giovane, perciò dubito che fosse il segretario, al massimo il responsabile dell’ufficio risorse umane (ma dubito anche questo).

Valeva la pena di andare al colloquio? Non credo. Semplicemente non mi va più di sprecare benzina e tempo per cose del genere. GIYF, Google è tuo amico: oggi basta una ricerca veloce per capirci qualcosa. Stando un po’ attenti alle opinioni false (e ce ne sono, ma sono spesso meno di quelle vere), ci si può fare un’idea precisa di ciò che abbiamo davanti.

Come al solito, pensieri, opinioni e altro sono sempre bene accetti 🙂

Abbiamo detto dunque che non è facile trovare lavoro, ma nemmeno cercarlo è proprio una passeggiata. Senonchè ci sono soggetti che complicano ancora di più la faccenda per quelli che i colloqui li fanno praticamente di lavoro, quelli che chiamerò colloquisti.

Mi è successo, E QUI FACCIO I NOMI, fresca fresca di laurea, di iscrivermi su InfoJobs a un annuncio che ricercava un “Addetto comunicazione e marketing” che avesse proattività e tutte quelle cose lì e soprattutto voglia di crescere in un ambiente dinamico, in una società nuova e giovane di comunicazione. Richiedevano laurea in marketing o comunicazione. L’annuncio era firmato Avantgarde, azienda di Milano. Mi chiamano quasi subito, la receptionist mi fissa un appuntamento. Controllo il loro sito per vedere di cosa si occupano e mi puzza un po’ il fatto che non si capisca e che questo sia condito da quelle frasi motivazionali che sembrano inventate da Barney Stinson.

La cosa continua a puzzarmi quando, arrivata al primo colloquio, nella sala d’aspetto ci sono un sacco di ragazzi, tutti più o meno della mia età. Voglio però capirci qualcosa in più, quindi sostengo il primo colloquio. Si tratta di un colloquio brevissimo, oltretutto in due (due candidati, intendo), con un ragazzo americano (l’azienda è americana) molto carino e disponibile che tuttavia sembra non capire una parola di quello che gli dico ma annuisce sorridente e alla fine di ogni nostra frase esclama “Fantastico!” o “Magnifico!” o ogni tanto pure “Wonderful!”. Rimango un po’ basita, sapendo che di wonderful nella mia carriera universitaria non c’è proprio niente. O meglio, ci sarebbe, ma di sicuro non ho avuto tempo di approfondire la cosa in 2 minuti e mezzo. Il tipo, sapendo io l’inglese, mi chiede pure come si traduce una parola da dire all’altro candidato. Bah. In totale il colloquio dura neanche 5 minuti, durante i quali la sola domanda è stata “Parlami di te”.

Tutto questo succedeva circa un anno fa, quando ero ancora ingenua e speranzosa: i segnali li avevo colti tutti, ma non pensavo ancora che esistessero truffe così totali.

Un altro tizio (italiano) mi chiama la sera stessa per dire che il colloquio è andato bene (ma cosa è andato bene? com’ero vestita? perché giusto quello può avere capito il tizio) e mi fissa un altro colloquio che, dice, potrebbe durare tutta la giornata, in cui ci verrà illustrato il lavoro. Di nuovo, ingenua e speranzosa, e felice di essere stata richiamata, accetto, oltretutto curiosa ed entusiasta al pensiero di, boh, visitare l’azienda? Fare prove/colloqui di gruppo? In certi casi chiedere delucidazioni è sempre lecito e anche giusto. Ma io che ne sapevo.

Vado al secondo colloquio, circa una settimana dopo il primo, cosa che raramente accade, a meno che la ricerca non sia urgente, ad esempio per una sostituzione per motivi improvvisi. Anche stavolta, la sala d’attesa è piena di giovani, solo che questa volta intavolo la conversazione con due di questi, un ragazzo e una ragazza. Chiacchierando, viene fuori che lui faceva l’autista e lei la receptionist in un albergo. Nessuno dei due è laureato ma soprattutto nessuno di loro ha qualcosa a che fare con il marketing. Ok, mi dico: c’erano parecchi annunci di questa azienda e in più dovrebbero aprire una nuova filiale, magari stanno cercando persone che ricoprano posizioni diverse. Ci guardiamo intorno e l’opinione dei miei due compagni è la stessa: sembra una fregatura. Ma ormai siamo lì, concordiamo, perciò tanto vale vedere come va a finire. Nella stanza di fianco a quella dove siamo noi, intanto, compaiono persone che si abbracciano, si salutano, parlano tra di loro e alla fine fanno una cosa che mi sembra tanto quei motti che si recitano prima di una partita sportiva, in cui i giocatori mettono le mani al centro una sopra l’altro e poi urlano ad esempio il nome della squadra… Mi sembra per un attimo di vedere una scena del film Tutta la vita davanti, in cui il telelavoro è quasi paragonato a una religione, a un luogo dove la meritocrazia è portata al limite.

Mi chiamano allora per il colloquio in un’altra stanza. Un ragazzo, sempre piuttosto giovane, mi dice che mi è stato assegnato uno dei responsabili (di cosa?), che per spiegare a me come funziona l’azienda addirittura salterà la pausa pranzo! Il suddetto responsabile avrà circa 23 anni ed è spagnolo. Non solo, anche lui non capisce molto l’italiano. Usciamo dalla struttura e nel frattempo il tizio inizia a parlarmi del lavoro. Anzi, non mi parla per niente del lavoro, ma mi spiega che l’azienda si occupa del marketing faccia a faccia e che è molto meritocratica, nel senso che se fai un buon lavoro puoi diventare manager in pochissimo tempo. Intanto iniziamo a camminare (sottolineo, camminare) verso la stazione dei treni più vicina. Il tipo continua a spiegarmi che in quell’azienda tutti quanti fanno carriera e che praticamente basta essere bravi per diventare manager: ci può volere di più o di meno, ma alla fine accade inevitabilmente. Ci sono tre step nel percorso: quello commerciale, quello economico e alla fine il marketing. Se sei bravo nel tuo lavoro come commerciale, passerai alla parte economica e alla fine, se supererai anche questa fase, arriverai finalmente a lavorare come manager nell’ufficio marketing dell’azienda. Basita gli chiedo se quindi tutti quelli che lavorano oggi al commerciale (come lui) un giorno diventeranno manager e lui risponde di sì. Smetto di dargli ascolto e comincio a immaginarmi come possa essere questo paradiso chiamato “marketing” dove si ritrovano tutti quelli che superano le prime due fasi, l’inferno e il purgatorio. Lo immagino affollatissimo (perché insomma, tutti ci arrivano prima o poi), pieno di persone che… non sanno bene cosa fare. Perché non è che ci siano campagne marketing da organizzare, visto che l’azienda si occupa di vendite porta a porta.

I “commerciali” sono proprio quelli che vanno porta a porta a cercare di vendere contratti, nel caso del mio responsabile (che, non dimentichiamo, ho saltato la sua pausa pranzo per me, mah) di Enel Energia.

Quando arriviamo alla stazione i tizi (il responsabile è affiancato da almeno altre tre persone) si mettono ad aspettare il treno. Io ormai ho capito di cosa si tratta e un po’ irritata chiedo loro: “Ma avete un abbonamento del treno?”, sottointendendo “pagato dall’azienda” al che loro si mettono a ridere e mi spiegano che, semplicemente, se dovesse esserci il controllore sul treno si può dire che in quella stazione non c’è un bar o un’edicola che venda i biglietti. Sempre più basita, mi metto un attimo in disparte a parlare con il tipo con cui avevo parlato prima in sala, l’autista. Lui mi dice che il suo responsabile è stato un po’ più dettagliato del mio e che dovremmo decisamente andarcene. Comunichiamo quindi la cosa ai ragazzotti e ce ne andiamo.

Durante il viaggio di ritorno, mi spiega cosa gli ha detto il ragazzo che era con lui. Il lavoro è proprio quello di porta a porta, ma non solo. Come avevo intuito, i ragazzi si pagano i mezzi da soli e non c’è rimborso spese. Semplicemente vengono pagati a provvigione, in percentuale rispetto ai contratti che riescono a far firmare: se non ottengono nessun contratto, come spesso succede non vengono proprio pagati (non c’è, cioè, un fisso). Quindi non solo c’è la possibilità di non essere pagati, ma si spendono pure i soldi per i mezzi e, da quello che avevo capito, non si tratta nemmeno di viaggi cortissimi, ma in tutta la regione.

State quindi attenti a tutti i segnali di cui vi ho parlato: inserzioni vaghe, siti ancora più vaghi e conditi di cose campate in aria, tante persone ai colloqui (soprattutto giovani) con background diversi, colloqui brevi e senza senso e a poca distanza uno dall’altro.

Sul blog “Contro la truffa” ho trovato poi un’altra opinione su Avantgarde e un breve elenco di altre aziende simili:

“Ever Green, White S.r.l., E.R. Group, Team Juice S.r.l., Studio 80, Movida,ecc. Ne esistono almeno due (in media) in ogni regione e fanno parte tutti del gruppo R.A.D.”

Spero che questo post possa essere stato utile per qualcuno e se avete avuto esperienze simili e volete comunicarmele mi fa solo piacere! Nel frattempo, buona ricerca! 🙂

Oggi mi sono ricordata (grazie a un promemoria del cellulare) di essere stata contattata circa un mese fa per sostenere un colloquio l’8 gennaio e quindi ho iniziato un po’ a informarmi su Internet sulla natura dell’azienda per cui avrei dovuto sostenerlo. Come avrete già capito, dopo circa 5 minuti di ricerca ho annullato l’appuntamento.

L’azienda è la StepItalia e in realtà pensandoci dopo mi sono ricordata di averne già sentito parlare dai ragazzi che hanno fatto uno dei corsi gratuiti con me per addetti alle risorse umane. Confrontando quelle esperienze con quelle reperite online mi sono fatta un po’ un’idea. Innanzitutto, il primo colloquio dura dai 5 ai 15 minuti, il che è già indice di scarsa serietà (un PRIMO colloquio “serio” dovrebbe durare all’incirca 45 minuti).

L’offerta, poi, è questa: una posizione di stagista in un ambito della gestione delle risorse umane per 3 mesi. ORa arriviamo all’intoppo: lo stage è non retribuito e l’orario di lavoro è dalle 9 alle 19, senza pausa pranzo.

Non posso dirlo con certezza, ma credo proprio che questa sia una di quelle agenzie che cambiano operatori ogni giorno, proprio perché dopo i 3 mesi di sfruttamento non retribuito le persone vengono lasciate a casa senza troppe cerimonie.

Non c’è niente di male a fare stage non retribuiti, ma a due condizioni: che dall’altra parte ci sia serietà e che si impari davvero qualcosa che possa esserci utile in futuro.

Oltretutto, state molto attenti, perché tra qualche tempo gli stage dovranno tutti essere pagati, con un minimo che verrà deciso dalle varie regioni (la Lombardia ovviamente non si è ancora mossa in questo senso, grazie mille Formigoni).

Io personalmente in questo caso credo che lascerò perdere, perché non solo dopo essermi sbattuta per 5 anni per trovare un lavoro decente mi vengono a dire che devo lavorare gratis, ma mi prendono pure in giro in questo modo che proprio non mi merito (e non si merita nessuno). Ognuno poi è libero di farsi un’opinione propria (grazie al cielo esiste Internet) e di decidere per sé. Proprio ieri ho commentato su un altro blog per dire che, è vero, lo sfruttamento esiste anche perché la gente lo accetta e vi si sottopone, ma c’è chi, non per colpa sua, non può letteralmente permettersi di rifiutare anche le offerte di lavoro più degradanti. Qui però non si parla più solo di sfruttamento, si parla di prendere in giro la gente e in più sfruttarla se ci casca, ed è ancora peggio.

Che ci siano organizzazioni legalizzate e alla luce del giorno (e non parlo solo di questa) che si permettono di fare questo mi fa rabbrividire e mi fa perdere la già poca fiducia che avevo nella società.

Cercare lavoro è un po’ come stare sulle montagne russe. Mandi curriculum qua e là e rimani in attesa che qualcuno ti chiami e attesa è decisamente la parola che userei, perché in quel momento non sono altro se non TESA, soprattutto se c’ è in ballo qualcosa che mi interessa davvero (dopo che la Feltrinelli ha snobbato la mia candidatura per uno stage non sono più entrata nelle loro librerie). Poi qualcuno ti chiama e allora sei al settimo cielo (be’ oddio, facciamo al quinto, forse quarto), ma poi scopri che è solo l’agenzia che ti chiede di fare il pre-colloquio (e torni al terzo cielo). Torni quindi a essere tesa (ma un po’ meno, perché comunque sei al terzo cielo) fino al momento del colloquio in agenzia e ritorni a essere un po’ più tesa dopo, perché non sai se ti chiameranno. Fortuna delle fortune, ti chiamano (voli verso il quarto cielo) e ti fissano il colloquio in azienda. Tensione alle stelle (c’è una costellazione proprio tra il quarto e il quinto cielo) fino a quando non arriva il momento del colloquio. Dopo, la tensione è al suo culmine e rimane così per circa due settimane, dopodiché sei quasi sicuro di non avercela fatta (perché nessuno ti fa sapere mai se non ce l’hai fatta). E da lì è una discesa a picco verso la terra, cioè il posto da cui eri partito. Se invece, oh gaudio, dovessero richiamarti e dirti che, per Giove, sei stato scelto, si vola dritti al settimo cielo… nel quale si rimane circa, non per essere pessimista, fino al secondo giorno di lavoro.

Magari qualcuno che ha letto qualche articolo di questo blog ha fatto caso pure alle date e ha visto che finora è stato scritto tutto praticamente oggi. Il punto è che pensavo da tempo di fare qualcosa del genere, perciò quello che ho scritto è come se lo avessi già avuto scritto da qualche parte nella mia testa. Oltretutto penserete “Okay che non hai un lavoro, ma ce l’avrai una vita!” e, sì, avete ragione sulla vita (ce l’ho) ma non avete ragione sul lavoro. Paradossalmente non ho mai iniziato a scrivere su questo blog se non oggi, che un lavoro in effetti ce l’ho.

Aspettate, aspettate un attimo a insultarmi o a invidiarmi: tra due giorni sarò ancora senza lo straccio di un lavoro come prima. Esatto, il mio contratto è a tempo determinato, ma non solo: dura qualcosa come 4 giorni. Esatto, è il mio primo contratto “serio” (ho lavorato con un contratto a progetto mentre studiavo) e dura 4 stupidissimi giorni, anzi 3 giorni e 2 ore. Non mi lamento, sto solo constatando l’ironia della cosa. C’è da considerare anche il fatto che ho lavorato per 2 ore a dicembre e per le restanti a gennaio, perciò la prima busta paga della mia vita sarà di circa 16 euro o qualcosa del genere. Ancora, sto solo considerando l’ironia. Si tratta comunque di una sostituzione e non avrei potuto chiedere di meglio per il momento, ma tant’è.

Quando ero piccola, trovare lavoro non era un problema. Esisteva il fantomatico “ufficio di collocamento” a cui ti iscrivevi e che ti trovava magicamente un lavoro, un po’ come essere smistati dal Cappello Parlante di Harry Potter. Facile no?

Forse, ma questo sistema non rispondeva bene alle nuove caratteristiche di flessibilità e competizione del mercato già degli anni ’90. Si è passati quindi nel 1997 a un altro sistema, in cui gli uffici di collocamento si sono trasformati nei centri per l’impiego, uffici regionali che lavorano su base provinciale e dovrebbero essere stati costituiti per trovare lavoro a chi lo cerca. Dico dovrebbero, perché qualcuno di voi ha mai trovato impiego grazie ai suddetti centri? Qualcuno di voi ha peraltro mai fatto un colloquio presso i suddetti centri?

Tralasciando per un attimo anzi per sempre i centri per l’impiego, i metodi per trovare lavoro oggi sono essenzialmente due, anzi tre ma poi due sono collegate: la segnalazione, internet, le agenzie per il lavoro.

1) La segnalazione. Attenti, non parlo di raccomandazione. Che poi quella ci sia e sia anche più efficace di tutti questi metodi è un altro discorso. Qui parliamo di conoscenze, ovvero: io so che nella mia azienda cercano un contabile; una mia amica che faceva la contabile è appena stata licenziata; le dico che c’è una posizione nella mia azienda; lei viene chiamata e fa il colloquio. Non c’è qui garanzia che la mia amica venga assunta, anche se il fatto che io, anche solo proponendola come candidata, praticamente garantisca per lei è già un gran vantaggio. Tutto legale quindi, perché la persona viene assunta effettivamente per le sue capacità. Si tratta solo di un canale di informazione ulteriore e tra l’altro del più efficace.

2) Internet. Su internet la ricerca del lavoro avviene in due modi: o si mandano autocandidature alle aziende, magari attraverso la sezione “Lavora con noi” del sito ufficiale, oppure ci si iscrive a siti come InfoJobs o Adecco. Ora, ci sono tre tipologie di siti come questi: quelli che sono praticamente solo degli aggregatori di offerte di lavoro, come appunto InfoJobs; i motori di ricerca specializzati in questo ambito come ad esempio JobRapido; i siti delle agenzie per il lavoro come ad esempio Adecco. Nella maggiorparte dei casi bisogna iscriversi al sito, caricare o compilare il proprio curriculum e poi si può procedere alla ricerca vera e propria del lavoro ed eventualmente alle candidature. I motori di ricerca ci reindirizzeranno su altri siti; su quelli che abbiamo chiamato aggregatori troveremo direttamente le offerte pubblicate da varie agenzie; sui siti delle agenzie ovviamente troveremo solo le offerte presiedute da quell’agenzia.

3) Le APL (Agenzie Per il Lavoro). Dunque cosa sono queste APL? Quando si è proceduto alla riforma del sistema di ricerca del lavoro, è avvenuta una sorta di privatizzazione del servizio. Mentre prima era il centro di collocamento (quindi un organo statale) a trovare lavoro al cittadino, ora è il cittadino che si deve muovere per cercarlo. Non solo: oltre ai centri per l’impiego (regionali), sono nate anche agenzie del tutto private (ma riconosciute e legittimate una per una dallo stato) che si occupano della collocamento dei lavoratori. Queste agenzie (chiamate anche di lavoro somministrato o temporaneo o interinale) fanno da tramite tra il singolo lavoratore e l’azienda e permettono ai due soggetti di incontrarsi. Chi cerca lavoro deve quindi iscriversi e dare i suoi dati alle agenzie presentandosi di persona presso una filiale o, come abbiamo detto sopra, tramite Internet.

FINE DELLO SPIEGONE, INIZIO DELLA POLEMICA

Queste cose non ve le dice nessuno. O ve le andate a cercare sapendo dove andarle a cercare, oppure brancolate nel buio basandovi su pezzi di informazioni carpite ed estrapolate qua e là. Queste cose non le insegnano all’università nè tantomeno alle superiori, anche se a mio parere dovrebbero assolutamente farlo. Si tratta di informazioni vitali e d’accordo, sono utili a noi, perciò saremmo noi che ce ne dovremmo interessare, ma i percorsi di studio non si chiamano “formazione” proprio perché devono condurre a un lavoro?

Manca un passaggio oggi tra l’istruzione e il lavoro. È quasi come se prima la scuola e poi l’università ti portassero per mano fino alla laurea fino al ciglio di un burrone e poi ti lanciassero giù sperando che tu voli da solo. Non solo in qualche caso non ti hanno dato le ali, ma non ti hanno neanche insegnato come si fa a volare.
Parlo ovviamente solo di alcune facoltà, perché in quelle come ad esempio medicina o veterinaria (sigh) ci sono dei percorsi prestabiliti per permettere agli studenti di inserirsi nel mondo del lavoro, con tirocini e praticantati.
Certo, in tutte le università ci sono servizi di placement e di orientamento, ma sono assolutamente facoltativi e qualche volta non molto promossi dall’università stessa. La cosa mi è sempre sembrata assurda, ma ora che il lavoro è poco ancora di più, perché, d’accordo, c’è chi prende la laurea per cultura personale, ma la maggiorparte di noi studia per poi lavorare ed è illogico che ci si lasci così allo sbaraglio.

Continua…

Anni fa, ho scelto la mia scuola superiore per due ragioni: era vicina a casa e quindi avrei potuto dormire di più e mi era familiare perché ci passavo spesso da piccola con i miei genitori durante i giri estivi in bicicletta e, a dirla tutta, mi ci ero un po’ affezionata. E poi era un liceo scientifico e io all’epoca avevo questa idea di fare la veterinaria e il fatto che quella scuola mi aprisse la possibilità di farlo anche se non ero proprio sicura mi rassicurava. All’università, sono finita a fare lingue.

In questo caso ho scelto con più cognizione di causa. Archiviato quel mezzo sogno di fare la veterinaria (le materie scientifiche, avevo scoperto, non facevano proprio per me, visto che avevo un 5 fisso in pagella in fisica e matematica), mi ero aggrappata a quello che mi riusciva meglio alle superiori: le lingue (be’, solo l’inglese) e la scrittura. Lettere non mi ispirava molto, mi sembrava una facoltà un po’ troppo ripiegata sul passato, su materie interessanti sì ma un po’ fini a se stesse, come linguistica, semiotica etc. Nella mia facoltà sono finita a fare circa cinque esami di linguistica e due di semiotica, più un indefinito numero di letterature, italiane e straniere. Ma si tratta di una disciplina umanistica, no?

I corsi che insegnassero qualcosa di pratico in cinque anni sono stati ben due. Informatica (word, excel, html) e “comunicazione visiva”, un corso assurdo tenuto da due personaggi assurdi che ci hanno messo davanti a un Mac con inDesgin aperto e ci hanno detto “Usatelo per costruire un libro”. Che non è tanto diverso da imparare a usarlo da autodidatti, ma almeno inDesign non l’ho dovuto comprare.

Era il 2008 quando ho finito la triennale. Mi sono guardata intorno, la crisi era appena iniziata e ho pensato “Non è proprio il momento giusto per cercare un lavoro”. Ho deciso di fare altri 2 anni di specialistica in università e nel frattempo di iniziare a tastare il terreno in ambito lavorativo. Il terreno era sdrucciolevole e assolutamente privo di appigli. E il panorama deserto.

Altri due anni di specialistica quindi, in cui ti immagini di specializzarti in qualcosa. Ma no, stupidina. Sono solo altri corsi sulle stesse cose che hai studiato in triennale. Mi sono laureata quindi a inizio 2012 e la situazione lavorativa sappiamo tutti qual era allora (e qual è tuttora). Da allora ho fatto stage non retribuiti, lavoretti, corsi, ma ancora non so cosa ne sarà del mio futuro. Il primo step è stato: ok, ho fatto questo corso di laurea.
Qualcuno sa per quale tipo di lavoro è stato creato? Quali sono gli sbocchi professionali? Cosa diavolo mi ha insegnato a fare? No, nessuno?
Nessuno.
E che frustrazione quando la gente ti chiede “E con i tuoi studi cosa potresti fare?“. Di solito rispondo “Be’, il mio ambito è…” e dò una risposta diplomatica e generica. A volte vorrei rispondere “Pulirmici il…” ma non mi sembra carino.

La verità è che non lo so neanche io. La verità è che mi sono fatta prendere dall’entusiasmo che c’era all’epoca per i corsi di laurea con nomi strani che poi no vogliono dire niente e che poi hanno corsi altrettanto allettanti sulla carta e che non c’entrano niente in pratica. In “Strategie editoriali per la promozione” si studiava la struttura delle case editrici e siamo arrivati addirittura a esaminare il bilancio di una di queste. Uno dei corsi più interessanti che io abbia frequentato, eh, però di strategie per la promozione neanche l’ombra. La verità è che ho guardato sul sito i corsi che facevano parte di quel corso di laurea e mi interessavano tutti e ho pensato “Se esiste un lavoro per cui mi serviranno queste nozioni è quello che voglio fare io!”.

5 anni dopo ho scoperto che quel lavoro devono ancora inventarlo.

Una volta ho fatto un precolloquio in un’agenzia per il lavoro somministrato (quelle come Adecco e Manpower per intenderci) e la gentile signorina che avevo di fronte, dopo che le avevo snocciolato le mie peripezie in quanto a istruzione, mi ha detto la seguente frase:

“Insomma, come avrai capito loro cercano una persona seria, affidabile e CHE NON ABBIA GRILLI PER LA TESTA”.

Io sono ovviamente rimasta impassibile e sorridente (prima regola del perfetto candidato) e ho annuito senza fare una piega. Nel frattempo dentro di me pensavo (a voce piuttosto alta): “Questa mi sta dicendo che io ho passato 5 anni della mia vita davanti ai libri e a fare nottate insonni prima degli esami per ritrovarmi non solo a non fare il lavoro dei miei sogni, ma pure a non dover AVERE GRILLI PER LA TESTA?!? I GRILLI PER LA TESTA NON SOLO DOVREI AVER ACQUISITO IL DIRITTO DI AVERLI, MA DOVRESTE PERSINO ESSERE CONTENTI SE LI HO!”

Dopo qualche minuto, terminato il colloquio, sono uscita dall’agenzia e ho continuato a rimuginare su quella frase (a voce più bassa). Sul serio è possibile dire una cosa così triste a una giovane neolaureata che sta cercando quello che sarebbe praticamente il suo primo lavoro dopo 5 anni di università passati a farsi grilli per la testa sul suo futuro? Sul serio è possibile che un’azienda nel 2012 (ora 2013) cerchi personale che serva solo a svolgere meccanicamente un lavoro ripetitivo (e non stiamo parlando di un lavoro da operaio in fabbrica, per capirci) e che oltretutto non abbia neanche la voglia non dico di crescere ma anche magari di far crescere e migliorare l’azienda?

Mi sono intristita così tanto che al colloquio con l’azienda non ci volevo neanche andare. Volevo far fissare l’appuntamento e poi presentarmi con una maglia del grillo parlante di Pinocchio, o in bikini, o non presentarmi proprio. Volevo avere le palle di avere davvero grilli per la testa e di dirlo in faccia alla tizia delle risorse umane e di esserne fiera.

Ci sono andata, poi, al colloquio; ho recitato la parte, ho sorriso, ho fatto la persona seria, ho persino cambiato fotografia del profilo su Facebook per immedesimarmi di più nel ruolo (e nel caso remoto che avessero fatto un giro sulla mia pagina). Ho abbassato la testa, perché alla fine un posto di lavoro lo vogliamo tutti. Ma nel frattempo un pezzettino di me l’ho perso e non lo ritroverò più.