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Sono qui oggi per raccontarvi delle mie ultime esperienze di colloquio. Al momento, le mie ricerche di lavoro online si sono praticamente fermate, considerando che è da gennaio che nessuno mi chiama per candidature fatte su InfoJobs e simili. Semplicemente credo che, sui siti di ricerca del lavoro, ci siano dei momenti in cui la calma piatta la fa da padrone, e altri invece (gennaio/febbraio, settembre) in cui c’è effettivamente una possibilità di essere chiamati.

Dunque come ho ottenuto i miei colloqui? Con quello strano fenomeno chiamato SEGNALAZIONE (ne abbiamo già parlato QUI). Ho già spiegato in che modo la segnalazione è diversa dalla raccomandazione, ma è sempre bene ricordarlo.

Si definisce segnalazione quello che succede quando un’azienda è alla ricerca di una figura che svolga un determinato lavoro e uno dei suoi dipendenti conosce una persona che potrebbe essere disponibile, interessata e adatta. Il suddetto dipendente segnala quindi la cosa al responsabile della ricerca del personale, il quale può decidere di contattare o no la persona consigliata e fargli un colloquio, per verificare la sua effettiva attinenza alla posizione da lui ricercata, insieme agli altri candidati per il posto.

La differenza con la raccomandazione sta tutta qui: al raccomandato quasi mai si fa un colloquio e se lo si fa è spesso una farsa, una messinscena per far finta che sia tutto regolare. Il raccomandato può anche non essere adatto al ruolo, semplicemente è il figlio/cugino/amico di qualcuno (magari di importante nell’azienda) e viene quindi fatto passare davanti agli altri candidati (quando ce ne sono).

Chi viene invece segnalato, dopo la segnalazione, è quasi sullo stesso piano degli altri candidati, presentatisi magari tramite agenzia. Perché quasi? È normale che far entrare in azienda una persona conosciuta da un dipendente scarica un po’ della responsabilità su quest’ultimo, o meglio, è indice che quella persona è probabilmente responsabile e capace. Nessuno si sognerebbe mai di raccomandare il cugino Mose che corre spesso nudo per i campi con un fucile in mano.

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Il simpatico cugino Mose

Ben due persone diverse, mie conoscenti, mi hanno fatto sapere che: un’azienda vicino a casa mia cercava un’impaginatrice (non proprio, ma mettiamola così) giovane e volenterosa; un comune vicino a casa mia sta partecipando a un progetto credo provinciale per cui le aziende nei dintorni organizzano stage di 6 mesi in vari ambiti lavorativi. Sì, in effetti la seconda non è esattamente una segnalazione, quanto un avvertimento fatto a me che qualcosa stava succedendo (ma, come al solito, certe cose se non le vieni a sapere da qualcuno che se ne occupa non le saprai mai).

Sono andata a questi due colloqui, quindi, e mi sono sentita porre le seguenti domande:

– Quali sono i clienti con cui vorrebbe lavorare?

Allora. Premetto che a me le domande aperte lasciano sempre un po’ spiazzata. Ma, diamine, una domanda più generica non c’era? Io odio odio odio chi gira intorno alle cose e non arriva al punto, ma, ammetto, per rispondere a questa domanda, l’ho fatto. Per non essere costretta a dire che vorrei lavorare con clienti gentili, simpatici e magari pure bellocci che ogni tanto mi portino il caffè con brioche in ufficio.

Dopo, solo dopo che mi sono ingarbugliata mille volte cercando di dare una risposta sensata e che mi facesse apparire decisa e intelligente, il tizio mi ha spiegato cosa intendeva (clienti interni all’azienda, cioè i colleghi, o esterni, cioè i clienti veri e propri). Forse il selezionatore ha usato la tecnica del “vediamo se ti innervosisci”, ma non lo saprò mai.

– Qual è il suo sogno della vita? (con conseguente ramanzina su quanto sia importante avere un sogno o più sogni nella vita, se no come si va avanti?)

Ecco cosa avrei voluto rispondere:

Ah! Seriously? Il mio sogno della vita è essere straricca di default e potermi permettere di fare quello che voglio, nella vita. È essere J.K. Rowling, ma anche Suzanne Collins va bene. Stephenie Meyer no, o meglio, solo quella post-Twilight, di The Host (ecco, se poi ci buttiamo dentro anche Max Irons come fidanzato, meglio ancora). È essere una rockstar (ma pure pop va bene), cantare di fronte a milioni di persone negli stadi. È essere Emma Watson, o Mila Kunis, se non fossi una pippa sia a cantare che a recitare.

Come? Se ho anche qualche sogno effettivamente realizzabile? Diciamo che più che altro cerco di averlo.

Il mio sogno realizzabile è di avere soddisfazioni, santo cielo. Di svegliarmi la mattina a un’ora indecente e non essere del tutto depressa alla prospettiva di passare 8 ore in un ufficio. Di avere qualcosa da realizzare, qualcosa in cui credere e, alla fine, qualcosa di tangibile che mi faccia dire “Oh, questo l’ho fatto io”. Di sorridere, qualche volta, pensando che, forse, in fondo, sono brava in qualcosa, che forse il mio posticino nel mondo ce l’ho.

Solo questo, chiedo troppo?

Per aggiungere un po’ di cose deprimenti a questa giornata primaverile grigissima e piovosa, volevo raccontarvi di una chiamata che ho ricevuto oggi. Lo so, li attiro tutti io.

Un uomo mi contatta, sa il mio nome, dice di aver ricevuto il mio CV. Da chi, non si sa. Mi propone di fare un colloquio conoscitivo per Alleanza Assicurazioni un dato giorno. Prima di accettare, però, gli chiedo per quale posizione, visto che so di non aver risposto a nessuna inserzione per lavorare in un’assicurazione, non avendo io nessuna conoscenza nel campo. Soprattutto, non sarei capace di vendere il fuoco agli eschimesi, perciò so già che qualsiasi lavoro che implichi vendere qualcosa non è fatto per me.

E qui viene il bello. Il tipo balbetta, borbotta qualcosa e alla fine mi dice che non lo sa, perché lui chiama solo per un colloquio conoscitivo, quindi poi insomma si vedrà.

Gli rispondo se è per una posizione commerciale di vendita. Lui risponde che, be’, ovvio, si tratta di una società assicurativa, probabilmente è qualcosa del genere.

A questo punto lo ringrazio, gli dico che non sono interessata e riattacco. Ora ho cercato opinioni su Alleanza e ho trovato le solite cose: è una truffa, pagano a provvigione e se non vendi non pagano proprio, etc.

Come può una persona che chiama per fissare un colloquio non sapere per quale posizione verrai chiamato? E su cosa verterà il colloquio? Ok, si tratta di un colloquio conoscitivo, ma cosa ti chiederanno? E poi loro sapranno quali posizioni hanno aperte o no? Si fosse poi trattato di un/una segretario/a avrei potuto forse quasi capire; ma in questo caso quello che mi ha chiamato era un uomo non molto giovane, perciò dubito che fosse il segretario, al massimo il responsabile dell’ufficio risorse umane (ma dubito anche questo).

Valeva la pena di andare al colloquio? Non credo. Semplicemente non mi va più di sprecare benzina e tempo per cose del genere. GIYF, Google è tuo amico: oggi basta una ricerca veloce per capirci qualcosa. Stando un po’ attenti alle opinioni false (e ce ne sono, ma sono spesso meno di quelle vere), ci si può fare un’idea precisa di ciò che abbiamo davanti.

Come al solito, pensieri, opinioni e altro sono sempre bene accetti 🙂

Abbiamo detto dunque che non è facile trovare lavoro, ma nemmeno cercarlo è proprio una passeggiata. Senonchè ci sono soggetti che complicano ancora di più la faccenda per quelli che i colloqui li fanno praticamente di lavoro, quelli che chiamerò colloquisti.

Mi è successo, E QUI FACCIO I NOMI, fresca fresca di laurea, di iscrivermi su InfoJobs a un annuncio che ricercava un “Addetto comunicazione e marketing” che avesse proattività e tutte quelle cose lì e soprattutto voglia di crescere in un ambiente dinamico, in una società nuova e giovane di comunicazione. Richiedevano laurea in marketing o comunicazione. L’annuncio era firmato Avantgarde, azienda di Milano. Mi chiamano quasi subito, la receptionist mi fissa un appuntamento. Controllo il loro sito per vedere di cosa si occupano e mi puzza un po’ il fatto che non si capisca e che questo sia condito da quelle frasi motivazionali che sembrano inventate da Barney Stinson.

La cosa continua a puzzarmi quando, arrivata al primo colloquio, nella sala d’aspetto ci sono un sacco di ragazzi, tutti più o meno della mia età. Voglio però capirci qualcosa in più, quindi sostengo il primo colloquio. Si tratta di un colloquio brevissimo, oltretutto in due (due candidati, intendo), con un ragazzo americano (l’azienda è americana) molto carino e disponibile che tuttavia sembra non capire una parola di quello che gli dico ma annuisce sorridente e alla fine di ogni nostra frase esclama “Fantastico!” o “Magnifico!” o ogni tanto pure “Wonderful!”. Rimango un po’ basita, sapendo che di wonderful nella mia carriera universitaria non c’è proprio niente. O meglio, ci sarebbe, ma di sicuro non ho avuto tempo di approfondire la cosa in 2 minuti e mezzo. Il tipo, sapendo io l’inglese, mi chiede pure come si traduce una parola da dire all’altro candidato. Bah. In totale il colloquio dura neanche 5 minuti, durante i quali la sola domanda è stata “Parlami di te”.

Tutto questo succedeva circa un anno fa, quando ero ancora ingenua e speranzosa: i segnali li avevo colti tutti, ma non pensavo ancora che esistessero truffe così totali.

Un altro tizio (italiano) mi chiama la sera stessa per dire che il colloquio è andato bene (ma cosa è andato bene? com’ero vestita? perché giusto quello può avere capito il tizio) e mi fissa un altro colloquio che, dice, potrebbe durare tutta la giornata, in cui ci verrà illustrato il lavoro. Di nuovo, ingenua e speranzosa, e felice di essere stata richiamata, accetto, oltretutto curiosa ed entusiasta al pensiero di, boh, visitare l’azienda? Fare prove/colloqui di gruppo? In certi casi chiedere delucidazioni è sempre lecito e anche giusto. Ma io che ne sapevo.

Vado al secondo colloquio, circa una settimana dopo il primo, cosa che raramente accade, a meno che la ricerca non sia urgente, ad esempio per una sostituzione per motivi improvvisi. Anche stavolta, la sala d’attesa è piena di giovani, solo che questa volta intavolo la conversazione con due di questi, un ragazzo e una ragazza. Chiacchierando, viene fuori che lui faceva l’autista e lei la receptionist in un albergo. Nessuno dei due è laureato ma soprattutto nessuno di loro ha qualcosa a che fare con il marketing. Ok, mi dico: c’erano parecchi annunci di questa azienda e in più dovrebbero aprire una nuova filiale, magari stanno cercando persone che ricoprano posizioni diverse. Ci guardiamo intorno e l’opinione dei miei due compagni è la stessa: sembra una fregatura. Ma ormai siamo lì, concordiamo, perciò tanto vale vedere come va a finire. Nella stanza di fianco a quella dove siamo noi, intanto, compaiono persone che si abbracciano, si salutano, parlano tra di loro e alla fine fanno una cosa che mi sembra tanto quei motti che si recitano prima di una partita sportiva, in cui i giocatori mettono le mani al centro una sopra l’altro e poi urlano ad esempio il nome della squadra… Mi sembra per un attimo di vedere una scena del film Tutta la vita davanti, in cui il telelavoro è quasi paragonato a una religione, a un luogo dove la meritocrazia è portata al limite.

Mi chiamano allora per il colloquio in un’altra stanza. Un ragazzo, sempre piuttosto giovane, mi dice che mi è stato assegnato uno dei responsabili (di cosa?), che per spiegare a me come funziona l’azienda addirittura salterà la pausa pranzo! Il suddetto responsabile avrà circa 23 anni ed è spagnolo. Non solo, anche lui non capisce molto l’italiano. Usciamo dalla struttura e nel frattempo il tizio inizia a parlarmi del lavoro. Anzi, non mi parla per niente del lavoro, ma mi spiega che l’azienda si occupa del marketing faccia a faccia e che è molto meritocratica, nel senso che se fai un buon lavoro puoi diventare manager in pochissimo tempo. Intanto iniziamo a camminare (sottolineo, camminare) verso la stazione dei treni più vicina. Il tipo continua a spiegarmi che in quell’azienda tutti quanti fanno carriera e che praticamente basta essere bravi per diventare manager: ci può volere di più o di meno, ma alla fine accade inevitabilmente. Ci sono tre step nel percorso: quello commerciale, quello economico e alla fine il marketing. Se sei bravo nel tuo lavoro come commerciale, passerai alla parte economica e alla fine, se supererai anche questa fase, arriverai finalmente a lavorare come manager nell’ufficio marketing dell’azienda. Basita gli chiedo se quindi tutti quelli che lavorano oggi al commerciale (come lui) un giorno diventeranno manager e lui risponde di sì. Smetto di dargli ascolto e comincio a immaginarmi come possa essere questo paradiso chiamato “marketing” dove si ritrovano tutti quelli che superano le prime due fasi, l’inferno e il purgatorio. Lo immagino affollatissimo (perché insomma, tutti ci arrivano prima o poi), pieno di persone che… non sanno bene cosa fare. Perché non è che ci siano campagne marketing da organizzare, visto che l’azienda si occupa di vendite porta a porta.

I “commerciali” sono proprio quelli che vanno porta a porta a cercare di vendere contratti, nel caso del mio responsabile (che, non dimentichiamo, ho saltato la sua pausa pranzo per me, mah) di Enel Energia.

Quando arriviamo alla stazione i tizi (il responsabile è affiancato da almeno altre tre persone) si mettono ad aspettare il treno. Io ormai ho capito di cosa si tratta e un po’ irritata chiedo loro: “Ma avete un abbonamento del treno?”, sottointendendo “pagato dall’azienda” al che loro si mettono a ridere e mi spiegano che, semplicemente, se dovesse esserci il controllore sul treno si può dire che in quella stazione non c’è un bar o un’edicola che venda i biglietti. Sempre più basita, mi metto un attimo in disparte a parlare con il tipo con cui avevo parlato prima in sala, l’autista. Lui mi dice che il suo responsabile è stato un po’ più dettagliato del mio e che dovremmo decisamente andarcene. Comunichiamo quindi la cosa ai ragazzotti e ce ne andiamo.

Durante il viaggio di ritorno, mi spiega cosa gli ha detto il ragazzo che era con lui. Il lavoro è proprio quello di porta a porta, ma non solo. Come avevo intuito, i ragazzi si pagano i mezzi da soli e non c’è rimborso spese. Semplicemente vengono pagati a provvigione, in percentuale rispetto ai contratti che riescono a far firmare: se non ottengono nessun contratto, come spesso succede non vengono proprio pagati (non c’è, cioè, un fisso). Quindi non solo c’è la possibilità di non essere pagati, ma si spendono pure i soldi per i mezzi e, da quello che avevo capito, non si tratta nemmeno di viaggi cortissimi, ma in tutta la regione.

State quindi attenti a tutti i segnali di cui vi ho parlato: inserzioni vaghe, siti ancora più vaghi e conditi di cose campate in aria, tante persone ai colloqui (soprattutto giovani) con background diversi, colloqui brevi e senza senso e a poca distanza uno dall’altro.

Sul blog “Contro la truffa” ho trovato poi un’altra opinione su Avantgarde e un breve elenco di altre aziende simili:

“Ever Green, White S.r.l., E.R. Group, Team Juice S.r.l., Studio 80, Movida,ecc. Ne esistono almeno due (in media) in ogni regione e fanno parte tutti del gruppo R.A.D.”

Spero che questo post possa essere stato utile per qualcuno e se avete avuto esperienze simili e volete comunicarmele mi fa solo piacere! Nel frattempo, buona ricerca! 🙂

Oggi mi sono ricordata (grazie a un promemoria del cellulare) di essere stata contattata circa un mese fa per sostenere un colloquio l’8 gennaio e quindi ho iniziato un po’ a informarmi su Internet sulla natura dell’azienda per cui avrei dovuto sostenerlo. Come avrete già capito, dopo circa 5 minuti di ricerca ho annullato l’appuntamento.

L’azienda è la StepItalia e in realtà pensandoci dopo mi sono ricordata di averne già sentito parlare dai ragazzi che hanno fatto uno dei corsi gratuiti con me per addetti alle risorse umane. Confrontando quelle esperienze con quelle reperite online mi sono fatta un po’ un’idea. Innanzitutto, il primo colloquio dura dai 5 ai 15 minuti, il che è già indice di scarsa serietà (un PRIMO colloquio “serio” dovrebbe durare all’incirca 45 minuti).

L’offerta, poi, è questa: una posizione di stagista in un ambito della gestione delle risorse umane per 3 mesi. ORa arriviamo all’intoppo: lo stage è non retribuito e l’orario di lavoro è dalle 9 alle 19, senza pausa pranzo.

Non posso dirlo con certezza, ma credo proprio che questa sia una di quelle agenzie che cambiano operatori ogni giorno, proprio perché dopo i 3 mesi di sfruttamento non retribuito le persone vengono lasciate a casa senza troppe cerimonie.

Non c’è niente di male a fare stage non retribuiti, ma a due condizioni: che dall’altra parte ci sia serietà e che si impari davvero qualcosa che possa esserci utile in futuro.

Oltretutto, state molto attenti, perché tra qualche tempo gli stage dovranno tutti essere pagati, con un minimo che verrà deciso dalle varie regioni (la Lombardia ovviamente non si è ancora mossa in questo senso, grazie mille Formigoni).

Io personalmente in questo caso credo che lascerò perdere, perché non solo dopo essermi sbattuta per 5 anni per trovare un lavoro decente mi vengono a dire che devo lavorare gratis, ma mi prendono pure in giro in questo modo che proprio non mi merito (e non si merita nessuno). Ognuno poi è libero di farsi un’opinione propria (grazie al cielo esiste Internet) e di decidere per sé. Proprio ieri ho commentato su un altro blog per dire che, è vero, lo sfruttamento esiste anche perché la gente lo accetta e vi si sottopone, ma c’è chi, non per colpa sua, non può letteralmente permettersi di rifiutare anche le offerte di lavoro più degradanti. Qui però non si parla più solo di sfruttamento, si parla di prendere in giro la gente e in più sfruttarla se ci casca, ed è ancora peggio.

Che ci siano organizzazioni legalizzate e alla luce del giorno (e non parlo solo di questa) che si permettono di fare questo mi fa rabbrividire e mi fa perdere la già poca fiducia che avevo nella società.

Cercare lavoro è un po’ come stare sulle montagne russe. Mandi curriculum qua e là e rimani in attesa che qualcuno ti chiami e attesa è decisamente la parola che userei, perché in quel momento non sono altro se non TESA, soprattutto se c’ è in ballo qualcosa che mi interessa davvero (dopo che la Feltrinelli ha snobbato la mia candidatura per uno stage non sono più entrata nelle loro librerie). Poi qualcuno ti chiama e allora sei al settimo cielo (be’ oddio, facciamo al quinto, forse quarto), ma poi scopri che è solo l’agenzia che ti chiede di fare il pre-colloquio (e torni al terzo cielo). Torni quindi a essere tesa (ma un po’ meno, perché comunque sei al terzo cielo) fino al momento del colloquio in agenzia e ritorni a essere un po’ più tesa dopo, perché non sai se ti chiameranno. Fortuna delle fortune, ti chiamano (voli verso il quarto cielo) e ti fissano il colloquio in azienda. Tensione alle stelle (c’è una costellazione proprio tra il quarto e il quinto cielo) fino a quando non arriva il momento del colloquio. Dopo, la tensione è al suo culmine e rimane così per circa due settimane, dopodiché sei quasi sicuro di non avercela fatta (perché nessuno ti fa sapere mai se non ce l’hai fatta). E da lì è una discesa a picco verso la terra, cioè il posto da cui eri partito. Se invece, oh gaudio, dovessero richiamarti e dirti che, per Giove, sei stato scelto, si vola dritti al settimo cielo… nel quale si rimane circa, non per essere pessimista, fino al secondo giorno di lavoro.

Una volta ho fatto un precolloquio in un’agenzia per il lavoro somministrato (quelle come Adecco e Manpower per intenderci) e la gentile signorina che avevo di fronte, dopo che le avevo snocciolato le mie peripezie in quanto a istruzione, mi ha detto la seguente frase:

“Insomma, come avrai capito loro cercano una persona seria, affidabile e CHE NON ABBIA GRILLI PER LA TESTA”.

Io sono ovviamente rimasta impassibile e sorridente (prima regola del perfetto candidato) e ho annuito senza fare una piega. Nel frattempo dentro di me pensavo (a voce piuttosto alta): “Questa mi sta dicendo che io ho passato 5 anni della mia vita davanti ai libri e a fare nottate insonni prima degli esami per ritrovarmi non solo a non fare il lavoro dei miei sogni, ma pure a non dover AVERE GRILLI PER LA TESTA?!? I GRILLI PER LA TESTA NON SOLO DOVREI AVER ACQUISITO IL DIRITTO DI AVERLI, MA DOVRESTE PERSINO ESSERE CONTENTI SE LI HO!”

Dopo qualche minuto, terminato il colloquio, sono uscita dall’agenzia e ho continuato a rimuginare su quella frase (a voce più bassa). Sul serio è possibile dire una cosa così triste a una giovane neolaureata che sta cercando quello che sarebbe praticamente il suo primo lavoro dopo 5 anni di università passati a farsi grilli per la testa sul suo futuro? Sul serio è possibile che un’azienda nel 2012 (ora 2013) cerchi personale che serva solo a svolgere meccanicamente un lavoro ripetitivo (e non stiamo parlando di un lavoro da operaio in fabbrica, per capirci) e che oltretutto non abbia neanche la voglia non dico di crescere ma anche magari di far crescere e migliorare l’azienda?

Mi sono intristita così tanto che al colloquio con l’azienda non ci volevo neanche andare. Volevo far fissare l’appuntamento e poi presentarmi con una maglia del grillo parlante di Pinocchio, o in bikini, o non presentarmi proprio. Volevo avere le palle di avere davvero grilli per la testa e di dirlo in faccia alla tizia delle risorse umane e di esserne fiera.

Ci sono andata, poi, al colloquio; ho recitato la parte, ho sorriso, ho fatto la persona seria, ho persino cambiato fotografia del profilo su Facebook per immedesimarmi di più nel ruolo (e nel caso remoto che avessero fatto un giro sulla mia pagina). Ho abbassato la testa, perché alla fine un posto di lavoro lo vogliamo tutti. Ma nel frattempo un pezzettino di me l’ho perso e non lo ritroverò più.