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Viste le polemiche (non oso chiamarli “confronti”, visto che questo implicherebbe che entrambe le parti siano civili) che sono scatenate anche qui sull’argomento, volevo riportare alla luce la solita tiritera sul fatto che i giovani sono pigri e svogliati, che non trovano lavoro perché non lo cercano, che sono choosy e non si accontentano.

Ma accontentiamoci pure! È un problema fare il cameriere con una laurea in filosofia? Ma assolutamente no! I tempi sono duri per tutti, se momentaneamente non troviamo niente di più consono a quello che abbiamo studiato, perché no? Non è la situazione ideale, ma nessuno vi vieta di farlo o vi colpevolizza per questo. L’unica cosa è pensare sempre con la propria testa, rimanere con i piedi per terra e non farsi traviare da chi vi offre “grandiose opportunità”, perché la maggior parte delle volte nessuno ti regala niente.

Sapete cos’è la retorica?

Da wikipedia:

“è la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare il linguaggio naturale (non simbolico) secondo un criterio per il quale a una proposizione segua una conclusione. […]

Lo scopo della retorica è la persuasione, intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio.”

Una volta la retorica era l’arte di utilizzare al meglio le parole per convincere le persone della propria opinione; era uno studio approfondito del potere che ha il discorso.

Oggi, il più delle volte, è usata al suo livello più basso per manipolare le opinioni. Se ripeto con forza una, due, tre volte una cosa, se uso termini che fanno colpo, aggressivi, generici in modo che sia difficile replicare, è possibile che il mio pubblico si convinca che quello che dico è vero. Soprattutto la ripetizione di concetti forti crea un discorso che può espandersi e arrivare fino a essere comune nell’opinione pubblica. La retorica così intesa mira a sfruttare le emozioni delle persone che si sentono chiamate in causa e a umiliarle, a farle sentire isolate, a fare leva sui loro sensi di colpa o sulle loro debolezze.

Come?

– Essere aggressivi, far sentire l’altro estraneo e isolato dal resto del mondo.

ESEMPIO: “Se vuoi stare a casa fallo, ma non giudicare le persone NORMALI che si svegliano la mattina e vanno a lavorare”

– Far leva sulle debolezze, umiliare, insultare.

ESEMPIO: l’affiancare alla parola “disoccupato” altre come fallito, sfigato etc. (cose che magari rafforzano l’opinione che chi non trova lavoro erroneamente ha di sé), o utilizzarla come un insulto. Magari all’inizio nemmeno ce ne si accorge, ma con il tempo tutta questa retorica entra nel subconscio e un bel giorno siamo tutti convinti che essere “disoccupato” sia una cosa di cui vergognarsi (e non invece un problema serio del paese e non di poche persone).

ESEMPIO 2: “mi fa pena”

– Generalizzare e… inventare!!!

“Sei ridotta male scusami per le mie parole iniziali , sei depressa ti scartano a tutti i colloqui , non hai un euro , vedi tutto nero per questo forse disprezzi chi lavora ”

(Tra l’altro: mai detto che disprezzo chi lavora, ma ci mancherebbe!)

– Manipolare le opinioni esponendo solo parte della realtà.

ESEMPIO: il servizio del TG2 che parla della vendita diretta vi dice che è un settore in crescita, che pubblica più annunci di offerte di lavoro di tutti gli altri. Settore in crescita o in espansione significa che stanno aprendo molte di queste agenzie. Vi viene detto che chi viene assunto fa parte di questa crescita? Viene indicato il numero degli assunti che se ne vanno dopo qualche tempo e la media delle persone che si licenziano dopo un periodo di prova? O qual è il ricambio del personale? Vi viene detto che queste agenzie possono permettersi di cercare e di avere tanti dipendenti perché per loro sono a costo zero (li pagano solo se questi li fanno guadagnare)? No.

ESEMPIO 2: gli annunci che riportano offerte di lavoro che non sono poi effettivamente quello che viene offerto.

Insomma.

Uno che vi dice che siete “sfigati” se non avete un lavoro fa semplicemente questo. Porta avanti un discorso che mira a persuadervi che qualsiasi lavoro sia meglio che non lavorare. Può essere un politico oppure una persona comune; in ogni caso, ha torto.

Ogni lavoro va bene, purché non vengano calpestati i diritti di chi lavora e non si venga presi in giro (“addetto marketing” è diverso da “venditore porta a porta”, oooops, “addetto alla vendita diretta”).

Ritorniamo al discorso dei cartelloni alla Barney Stinson e degli slogan motivazionali: frasi come “io sì che ho obiettivi” e “non ti va di alzarti la mattina”, ma anche solo il fatto che non si usi più dire “porta a porta”, ma “vendita diretta”, che è indubbiamente connotato meno negativamente e più… oscuro. Sono tutti slogan senza senso che vengono ripetuti a chi magari vive di sole speranze ed è, indubbiamente, alla disperata ricerca di un lavoro.

Esempio lampante: uno che mi dice “io non ho capi” ma poi ammette che ha persone che gli dicono cosa deve fare e come (a casa mia è la definizione di capo) è probabilmente una persona alla quale è stato DETTO che non ha capi e che ci ha creduto. Ancora una volta, retorica, quel tipo di cui alcune organizzazioni sono piene.

Non vi sto neanche a dire quanto sia sbagliato credere a tutte queste frasi da cartellone: ma vi pare che uno che non sa niente di me mi può dire che non ho obiettivi? Ma sulla base di cosa? Ho scritto anche un post con i miei obiettivi!!! E poi, che tipo di obiettivi? Dare da mangiare al gatto? Vedere Lady Gaga in concerto? Vendere un tot di contratti ogni giorno? Il mio obiettivo può anche essere più grande, cioè trovare un lavoro che mi soddisfi… Sono “sfigato” perché non accetto un lavoro in cui mi pagano solo se faccio guadagnare l’azienda, che quindi mi dà una minima percentuale di quello che guadagna sul mio lavoro?

Le persone sono risorse, senza di loro un’azienda non esiste: le aziende normali quindi investono in persone, come fanno in materiali e macchinari etc. Non ho niente contro chi vuole provare a lavorare in una di queste nuove realtà “alternative”: c’è crisi, non giudico nessuno. Semplicemente, basta essere sempre informati sui propri diritti e sapere che non è dappertutto così.

In ogni caso, comunque, non permettete MAI a nessuno di dirvi e di convincervi che se non avete un lavoro siete “sfigati” o che siete pigri o che siete falliti. Prima di tutto perché è una generalizzazione idiota, dato che non vi conoscono personalmente per poterlo dire.

E in secondo luogo, c’è una cosa da ricordare sempre.

Le persone che sanno di cosa parlano e che non hanno secondi fini non urlano, non insultano, non offendono. Espongono le loro teorie con tranquillità e logica, e di logico nel dare del fallito a chi non condivide le tue idee non c’è davvero niente.

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Sono qui oggi per raccontarvi delle mie ultime esperienze di colloquio. Al momento, le mie ricerche di lavoro online si sono praticamente fermate, considerando che è da gennaio che nessuno mi chiama per candidature fatte su InfoJobs e simili. Semplicemente credo che, sui siti di ricerca del lavoro, ci siano dei momenti in cui la calma piatta la fa da padrone, e altri invece (gennaio/febbraio, settembre) in cui c’è effettivamente una possibilità di essere chiamati.

Dunque come ho ottenuto i miei colloqui? Con quello strano fenomeno chiamato SEGNALAZIONE (ne abbiamo già parlato QUI). Ho già spiegato in che modo la segnalazione è diversa dalla raccomandazione, ma è sempre bene ricordarlo.

Si definisce segnalazione quello che succede quando un’azienda è alla ricerca di una figura che svolga un determinato lavoro e uno dei suoi dipendenti conosce una persona che potrebbe essere disponibile, interessata e adatta. Il suddetto dipendente segnala quindi la cosa al responsabile della ricerca del personale, il quale può decidere di contattare o no la persona consigliata e fargli un colloquio, per verificare la sua effettiva attinenza alla posizione da lui ricercata, insieme agli altri candidati per il posto.

La differenza con la raccomandazione sta tutta qui: al raccomandato quasi mai si fa un colloquio e se lo si fa è spesso una farsa, una messinscena per far finta che sia tutto regolare. Il raccomandato può anche non essere adatto al ruolo, semplicemente è il figlio/cugino/amico di qualcuno (magari di importante nell’azienda) e viene quindi fatto passare davanti agli altri candidati (quando ce ne sono).

Chi viene invece segnalato, dopo la segnalazione, è quasi sullo stesso piano degli altri candidati, presentatisi magari tramite agenzia. Perché quasi? È normale che far entrare in azienda una persona conosciuta da un dipendente scarica un po’ della responsabilità su quest’ultimo, o meglio, è indice che quella persona è probabilmente responsabile e capace. Nessuno si sognerebbe mai di raccomandare il cugino Mose che corre spesso nudo per i campi con un fucile in mano.

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Il simpatico cugino Mose

Ben due persone diverse, mie conoscenti, mi hanno fatto sapere che: un’azienda vicino a casa mia cercava un’impaginatrice (non proprio, ma mettiamola così) giovane e volenterosa; un comune vicino a casa mia sta partecipando a un progetto credo provinciale per cui le aziende nei dintorni organizzano stage di 6 mesi in vari ambiti lavorativi. Sì, in effetti la seconda non è esattamente una segnalazione, quanto un avvertimento fatto a me che qualcosa stava succedendo (ma, come al solito, certe cose se non le vieni a sapere da qualcuno che se ne occupa non le saprai mai).

Sono andata a questi due colloqui, quindi, e mi sono sentita porre le seguenti domande:

– Quali sono i clienti con cui vorrebbe lavorare?

Allora. Premetto che a me le domande aperte lasciano sempre un po’ spiazzata. Ma, diamine, una domanda più generica non c’era? Io odio odio odio chi gira intorno alle cose e non arriva al punto, ma, ammetto, per rispondere a questa domanda, l’ho fatto. Per non essere costretta a dire che vorrei lavorare con clienti gentili, simpatici e magari pure bellocci che ogni tanto mi portino il caffè con brioche in ufficio.

Dopo, solo dopo che mi sono ingarbugliata mille volte cercando di dare una risposta sensata e che mi facesse apparire decisa e intelligente, il tizio mi ha spiegato cosa intendeva (clienti interni all’azienda, cioè i colleghi, o esterni, cioè i clienti veri e propri). Forse il selezionatore ha usato la tecnica del “vediamo se ti innervosisci”, ma non lo saprò mai.

– Qual è il suo sogno della vita? (con conseguente ramanzina su quanto sia importante avere un sogno o più sogni nella vita, se no come si va avanti?)

Ecco cosa avrei voluto rispondere:

Ah! Seriously? Il mio sogno della vita è essere straricca di default e potermi permettere di fare quello che voglio, nella vita. È essere J.K. Rowling, ma anche Suzanne Collins va bene. Stephenie Meyer no, o meglio, solo quella post-Twilight, di The Host (ecco, se poi ci buttiamo dentro anche Max Irons come fidanzato, meglio ancora). È essere una rockstar (ma pure pop va bene), cantare di fronte a milioni di persone negli stadi. È essere Emma Watson, o Mila Kunis, se non fossi una pippa sia a cantare che a recitare.

Come? Se ho anche qualche sogno effettivamente realizzabile? Diciamo che più che altro cerco di averlo.

Il mio sogno realizzabile è di avere soddisfazioni, santo cielo. Di svegliarmi la mattina a un’ora indecente e non essere del tutto depressa alla prospettiva di passare 8 ore in un ufficio. Di avere qualcosa da realizzare, qualcosa in cui credere e, alla fine, qualcosa di tangibile che mi faccia dire “Oh, questo l’ho fatto io”. Di sorridere, qualche volta, pensando che, forse, in fondo, sono brava in qualcosa, che forse il mio posticino nel mondo ce l’ho.

Solo questo, chiedo troppo?