Anni fa, ho scelto la mia scuola superiore per due ragioni: era vicina a casa e quindi avrei potuto dormire di più e mi era familiare perché ci passavo spesso da piccola con i miei genitori durante i giri estivi in bicicletta e, a dirla tutta, mi ci ero un po’ affezionata. E poi era un liceo scientifico e io all’epoca avevo questa idea di fare la veterinaria e il fatto che quella scuola mi aprisse la possibilità di farlo anche se non ero proprio sicura mi rassicurava. All’università, sono finita a fare lingue.

In questo caso ho scelto con più cognizione di causa. Archiviato quel mezzo sogno di fare la veterinaria (le materie scientifiche, avevo scoperto, non facevano proprio per me, visto che avevo un 5 fisso in pagella in fisica e matematica), mi ero aggrappata a quello che mi riusciva meglio alle superiori: le lingue (be’, solo l’inglese) e la scrittura. Lettere non mi ispirava molto, mi sembrava una facoltà un po’ troppo ripiegata sul passato, su materie interessanti sì ma un po’ fini a se stesse, come linguistica, semiotica etc. Nella mia facoltà sono finita a fare circa cinque esami di linguistica e due di semiotica, più un indefinito numero di letterature, italiane e straniere. Ma si tratta di una disciplina umanistica, no?

I corsi che insegnassero qualcosa di pratico in cinque anni sono stati ben due. Informatica (word, excel, html) e “comunicazione visiva”, un corso assurdo tenuto da due personaggi assurdi che ci hanno messo davanti a un Mac con inDesgin aperto e ci hanno detto “Usatelo per costruire un libro”. Che non è tanto diverso da imparare a usarlo da autodidatti, ma almeno inDesign non l’ho dovuto comprare.

Era il 2008 quando ho finito la triennale. Mi sono guardata intorno, la crisi era appena iniziata e ho pensato “Non è proprio il momento giusto per cercare un lavoro”. Ho deciso di fare altri 2 anni di specialistica in università e nel frattempo di iniziare a tastare il terreno in ambito lavorativo. Il terreno era sdrucciolevole e assolutamente privo di appigli. E il panorama deserto.

Altri due anni di specialistica quindi, in cui ti immagini di specializzarti in qualcosa. Ma no, stupidina. Sono solo altri corsi sulle stesse cose che hai studiato in triennale. Mi sono laureata quindi a inizio 2012 e la situazione lavorativa sappiamo tutti qual era allora (e qual è tuttora). Da allora ho fatto stage non retribuiti, lavoretti, corsi, ma ancora non so cosa ne sarà del mio futuro. Il primo step è stato: ok, ho fatto questo corso di laurea.
Qualcuno sa per quale tipo di lavoro è stato creato? Quali sono gli sbocchi professionali? Cosa diavolo mi ha insegnato a fare? No, nessuno?
Nessuno.
E che frustrazione quando la gente ti chiede “E con i tuoi studi cosa potresti fare?“. Di solito rispondo “Be’, il mio ambito è…” e dò una risposta diplomatica e generica. A volte vorrei rispondere “Pulirmici il…” ma non mi sembra carino.

La verità è che non lo so neanche io. La verità è che mi sono fatta prendere dall’entusiasmo che c’era all’epoca per i corsi di laurea con nomi strani che poi no vogliono dire niente e che poi hanno corsi altrettanto allettanti sulla carta e che non c’entrano niente in pratica. In “Strategie editoriali per la promozione” si studiava la struttura delle case editrici e siamo arrivati addirittura a esaminare il bilancio di una di queste. Uno dei corsi più interessanti che io abbia frequentato, eh, però di strategie per la promozione neanche l’ombra. La verità è che ho guardato sul sito i corsi che facevano parte di quel corso di laurea e mi interessavano tutti e ho pensato “Se esiste un lavoro per cui mi serviranno queste nozioni è quello che voglio fare io!”.

5 anni dopo ho scoperto che quel lavoro devono ancora inventarlo.

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