Archivi per il mese di: gennaio, 2013

Oggi mi sono ricordata (grazie a un promemoria del cellulare) di essere stata contattata circa un mese fa per sostenere un colloquio l’8 gennaio e quindi ho iniziato un po’ a informarmi su Internet sulla natura dell’azienda per cui avrei dovuto sostenerlo. Come avrete già capito, dopo circa 5 minuti di ricerca ho annullato l’appuntamento.

L’azienda è la StepItalia e in realtà pensandoci dopo mi sono ricordata di averne già sentito parlare dai ragazzi che hanno fatto uno dei corsi gratuiti con me per addetti alle risorse umane. Confrontando quelle esperienze con quelle reperite online mi sono fatta un po’ un’idea. Innanzitutto, il primo colloquio dura dai 5 ai 15 minuti, il che è già indice di scarsa serietà (un PRIMO colloquio “serio” dovrebbe durare all’incirca 45 minuti).

L’offerta, poi, è questa: una posizione di stagista in un ambito della gestione delle risorse umane per 3 mesi. ORa arriviamo all’intoppo: lo stage è non retribuito e l’orario di lavoro è dalle 9 alle 19, senza pausa pranzo.

Non posso dirlo con certezza, ma credo proprio che questa sia una di quelle agenzie che cambiano operatori ogni giorno, proprio perché dopo i 3 mesi di sfruttamento non retribuito le persone vengono lasciate a casa senza troppe cerimonie.

Non c’è niente di male a fare stage non retribuiti, ma a due condizioni: che dall’altra parte ci sia serietà e che si impari davvero qualcosa che possa esserci utile in futuro.

Oltretutto, state molto attenti, perché tra qualche tempo gli stage dovranno tutti essere pagati, con un minimo che verrà deciso dalle varie regioni (la Lombardia ovviamente non si è ancora mossa in questo senso, grazie mille Formigoni).

Io personalmente in questo caso credo che lascerò perdere, perché non solo dopo essermi sbattuta per 5 anni per trovare un lavoro decente mi vengono a dire che devo lavorare gratis, ma mi prendono pure in giro in questo modo che proprio non mi merito (e non si merita nessuno). Ognuno poi è libero di farsi un’opinione propria (grazie al cielo esiste Internet) e di decidere per sé. Proprio ieri ho commentato su un altro blog per dire che, è vero, lo sfruttamento esiste anche perché la gente lo accetta e vi si sottopone, ma c’è chi, non per colpa sua, non può letteralmente permettersi di rifiutare anche le offerte di lavoro più degradanti. Qui però non si parla più solo di sfruttamento, si parla di prendere in giro la gente e in più sfruttarla se ci casca, ed è ancora peggio.

Che ci siano organizzazioni legalizzate e alla luce del giorno (e non parlo solo di questa) che si permettono di fare questo mi fa rabbrividire e mi fa perdere la già poca fiducia che avevo nella società.

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Cercare lavoro è un po’ come stare sulle montagne russe. Mandi curriculum qua e là e rimani in attesa che qualcuno ti chiami e attesa è decisamente la parola che userei, perché in quel momento non sono altro se non TESA, soprattutto se c’ è in ballo qualcosa che mi interessa davvero (dopo che la Feltrinelli ha snobbato la mia candidatura per uno stage non sono più entrata nelle loro librerie). Poi qualcuno ti chiama e allora sei al settimo cielo (be’ oddio, facciamo al quinto, forse quarto), ma poi scopri che è solo l’agenzia che ti chiede di fare il pre-colloquio (e torni al terzo cielo). Torni quindi a essere tesa (ma un po’ meno, perché comunque sei al terzo cielo) fino al momento del colloquio in agenzia e ritorni a essere un po’ più tesa dopo, perché non sai se ti chiameranno. Fortuna delle fortune, ti chiamano (voli verso il quarto cielo) e ti fissano il colloquio in azienda. Tensione alle stelle (c’è una costellazione proprio tra il quarto e il quinto cielo) fino a quando non arriva il momento del colloquio. Dopo, la tensione è al suo culmine e rimane così per circa due settimane, dopodiché sei quasi sicuro di non avercela fatta (perché nessuno ti fa sapere mai se non ce l’hai fatta). E da lì è una discesa a picco verso la terra, cioè il posto da cui eri partito. Se invece, oh gaudio, dovessero richiamarti e dirti che, per Giove, sei stato scelto, si vola dritti al settimo cielo… nel quale si rimane circa, non per essere pessimista, fino al secondo giorno di lavoro.

Magari qualcuno che ha letto qualche articolo di questo blog ha fatto caso pure alle date e ha visto che finora è stato scritto tutto praticamente oggi. Il punto è che pensavo da tempo di fare qualcosa del genere, perciò quello che ho scritto è come se lo avessi già avuto scritto da qualche parte nella mia testa. Oltretutto penserete “Okay che non hai un lavoro, ma ce l’avrai una vita!” e, sì, avete ragione sulla vita (ce l’ho) ma non avete ragione sul lavoro. Paradossalmente non ho mai iniziato a scrivere su questo blog se non oggi, che un lavoro in effetti ce l’ho.

Aspettate, aspettate un attimo a insultarmi o a invidiarmi: tra due giorni sarò ancora senza lo straccio di un lavoro come prima. Esatto, il mio contratto è a tempo determinato, ma non solo: dura qualcosa come 4 giorni. Esatto, è il mio primo contratto “serio” (ho lavorato con un contratto a progetto mentre studiavo) e dura 4 stupidissimi giorni, anzi 3 giorni e 2 ore. Non mi lamento, sto solo constatando l’ironia della cosa. C’è da considerare anche il fatto che ho lavorato per 2 ore a dicembre e per le restanti a gennaio, perciò la prima busta paga della mia vita sarà di circa 16 euro o qualcosa del genere. Ancora, sto solo considerando l’ironia. Si tratta comunque di una sostituzione e non avrei potuto chiedere di meglio per il momento, ma tant’è.

Quindi nessuno ti dice cosa fare una volta terminati gli studi. O vivi a contatto con la realtà delle agenzie per il lavoro (ad esempio hai un parente che ci lavora), oppure sei completamente all’oscuro di quello che dovresti fare per trovare un lavoro. La gente ti dice “Manda i curriculum ovunque!” e tu di questo ovunque hai già sentito parlare, ma non sai esattamente dove si trovi o come. Quindi mandi il tuo curriculum al tuo lattaio di fiducia e al tuo parrucchiere, sperando che abbiano bisogno di una laureata in marketing che sa l’inglese. Nessuno dei due ti risponde. Dunque?

Tutto quello che oggi so sul mondo del lavoro attuale l’ho imparato a un corso di quelli gratuiti organizzati proprio da agenzie per il lavoro per addetti alla gestione delle risorse umane. Non immaginavo assolutamente che sarebbe stato così utile per me, nè che sarebbe stato frequentato da tanti ragazzi giovani, colti e simpatici, pieni di curiosità e di voglia di fare. Una fotografia della gioventù italiana del tutto diversa da quella che dipingono i vari politici o i giornali. Ma questa è un’altra storia. Il punto è che ho imparato cose che chiunque dovrebbe sapere e che NESSUNO INSEGNA, e mi è semplicemente capitato per caso, altrimenti navigherei ancora nell’ignoranza più totale.

Ci sono capitata perché su Internet trovavo parecchie offerte di lavoro per addetti alla gestione delle risorse umane e ho pensato che avere sul curriculum un corso professionale, seppur gratuito, proprio riferito a quella mansione avrebbe potuto essermi utile per trovare un lavoro anche all’esterno del mio ambito di studi universitari. Per ora non è stato così, ma è stato molto interessante e consiglio a tutti di approfittare di questi corsi, perché non solo in una o due settimane danno più conoscenze pratiche di quanto non facciano alcune facoltà universitarie in cinque anni, ma in alcuni casi soprattutto (come nel mio) fanno una sorta di servizio pubblico per il cittadino.

Non si tratta di fregature, perlomeno nella maggiorparte dei casi: se siete incerti, documentatevi su Internet. Vi chiederete allora perché le agenzie li organizzino se non ci guadagnano niente… Non è proprio così. Per legge una percentuale minima di quello che le agenzie per il lavoro guadagnano deve andare in un fondo che viene utilizzato per offrire servizi ai cittadini. Invece di perdere completamente questi soldi, l’agenzia solitamente preferisce organizzare dei corsi di formazione rivolti ai cittadini, che grazie a questi potranno poi diventare loro lavoratori somministrati e generare quindi un guadagno. Tutto perfettamente legale, quindi e anche estremamente educativo. Nonostante questo, questi corsi vengono ancora visti da molti se non con sospetto almeno con un po’ di puzza sotto il naso e di pregiudizi infondati.

Io poi parlo ovviamente per mia esperienza personale. In ogni caso, se non avete un lavoro e non avete niente da fare, piuttosto che stare a casa a non far niente, vale sempre la pena di tentare, se non altro per acquisire competenze in diversi ambiti e allargare così le possibilità di trovare un lavoro.

In seguito ho frequentato un altro corso, questa volta di amministrazione delle risorse umane e anche in questo caso ho fatto la scelta giusta: abbiamo parlato in modo approfondito delle tipologie di contratto, della lettera di assunzione, delle varie leggi in proposito, dei contratti collettivi nazionali e infine anche di come si fa una busta paga.

Si tratta anche qui di informazioni vitali, che tutti dovrebbero avere e che eppure nessuno dà se non a sprazzi qua e là o tra le righe ma che quasi tutti gli addetti ai lavori (ad esempio gli impiegati delle agenzie per il lavoro) danno per scontato che si sappiano quando ad esempio ti chiedono se hai già compilato il modulo di destinazione dei TFR e cosa ne vuoi fare.

Essere informati è sempre il primo passo verso il successo.

Quando ero piccola, trovare lavoro non era un problema. Esisteva il fantomatico “ufficio di collocamento” a cui ti iscrivevi e che ti trovava magicamente un lavoro, un po’ come essere smistati dal Cappello Parlante di Harry Potter. Facile no?

Forse, ma questo sistema non rispondeva bene alle nuove caratteristiche di flessibilità e competizione del mercato già degli anni ’90. Si è passati quindi nel 1997 a un altro sistema, in cui gli uffici di collocamento si sono trasformati nei centri per l’impiego, uffici regionali che lavorano su base provinciale e dovrebbero essere stati costituiti per trovare lavoro a chi lo cerca. Dico dovrebbero, perché qualcuno di voi ha mai trovato impiego grazie ai suddetti centri? Qualcuno di voi ha peraltro mai fatto un colloquio presso i suddetti centri?

Tralasciando per un attimo anzi per sempre i centri per l’impiego, i metodi per trovare lavoro oggi sono essenzialmente due, anzi tre ma poi due sono collegate: la segnalazione, internet, le agenzie per il lavoro.

1) La segnalazione. Attenti, non parlo di raccomandazione. Che poi quella ci sia e sia anche più efficace di tutti questi metodi è un altro discorso. Qui parliamo di conoscenze, ovvero: io so che nella mia azienda cercano un contabile; una mia amica che faceva la contabile è appena stata licenziata; le dico che c’è una posizione nella mia azienda; lei viene chiamata e fa il colloquio. Non c’è qui garanzia che la mia amica venga assunta, anche se il fatto che io, anche solo proponendola come candidata, praticamente garantisca per lei è già un gran vantaggio. Tutto legale quindi, perché la persona viene assunta effettivamente per le sue capacità. Si tratta solo di un canale di informazione ulteriore e tra l’altro del più efficace.

2) Internet. Su internet la ricerca del lavoro avviene in due modi: o si mandano autocandidature alle aziende, magari attraverso la sezione “Lavora con noi” del sito ufficiale, oppure ci si iscrive a siti come InfoJobs o Adecco. Ora, ci sono tre tipologie di siti come questi: quelli che sono praticamente solo degli aggregatori di offerte di lavoro, come appunto InfoJobs; i motori di ricerca specializzati in questo ambito come ad esempio JobRapido; i siti delle agenzie per il lavoro come ad esempio Adecco. Nella maggiorparte dei casi bisogna iscriversi al sito, caricare o compilare il proprio curriculum e poi si può procedere alla ricerca vera e propria del lavoro ed eventualmente alle candidature. I motori di ricerca ci reindirizzeranno su altri siti; su quelli che abbiamo chiamato aggregatori troveremo direttamente le offerte pubblicate da varie agenzie; sui siti delle agenzie ovviamente troveremo solo le offerte presiedute da quell’agenzia.

3) Le APL (Agenzie Per il Lavoro). Dunque cosa sono queste APL? Quando si è proceduto alla riforma del sistema di ricerca del lavoro, è avvenuta una sorta di privatizzazione del servizio. Mentre prima era il centro di collocamento (quindi un organo statale) a trovare lavoro al cittadino, ora è il cittadino che si deve muovere per cercarlo. Non solo: oltre ai centri per l’impiego (regionali), sono nate anche agenzie del tutto private (ma riconosciute e legittimate una per una dallo stato) che si occupano della collocamento dei lavoratori. Queste agenzie (chiamate anche di lavoro somministrato o temporaneo o interinale) fanno da tramite tra il singolo lavoratore e l’azienda e permettono ai due soggetti di incontrarsi. Chi cerca lavoro deve quindi iscriversi e dare i suoi dati alle agenzie presentandosi di persona presso una filiale o, come abbiamo detto sopra, tramite Internet.

FINE DELLO SPIEGONE, INIZIO DELLA POLEMICA

Queste cose non ve le dice nessuno. O ve le andate a cercare sapendo dove andarle a cercare, oppure brancolate nel buio basandovi su pezzi di informazioni carpite ed estrapolate qua e là. Queste cose non le insegnano all’università nè tantomeno alle superiori, anche se a mio parere dovrebbero assolutamente farlo. Si tratta di informazioni vitali e d’accordo, sono utili a noi, perciò saremmo noi che ce ne dovremmo interessare, ma i percorsi di studio non si chiamano “formazione” proprio perché devono condurre a un lavoro?

Manca un passaggio oggi tra l’istruzione e il lavoro. È quasi come se prima la scuola e poi l’università ti portassero per mano fino alla laurea fino al ciglio di un burrone e poi ti lanciassero giù sperando che tu voli da solo. Non solo in qualche caso non ti hanno dato le ali, ma non ti hanno neanche insegnato come si fa a volare.
Parlo ovviamente solo di alcune facoltà, perché in quelle come ad esempio medicina o veterinaria (sigh) ci sono dei percorsi prestabiliti per permettere agli studenti di inserirsi nel mondo del lavoro, con tirocini e praticantati.
Certo, in tutte le università ci sono servizi di placement e di orientamento, ma sono assolutamente facoltativi e qualche volta non molto promossi dall’università stessa. La cosa mi è sempre sembrata assurda, ma ora che il lavoro è poco ancora di più, perché, d’accordo, c’è chi prende la laurea per cultura personale, ma la maggiorparte di noi studia per poi lavorare ed è illogico che ci si lasci così allo sbaraglio.

Continua…

Anni fa, ho scelto la mia scuola superiore per due ragioni: era vicina a casa e quindi avrei potuto dormire di più e mi era familiare perché ci passavo spesso da piccola con i miei genitori durante i giri estivi in bicicletta e, a dirla tutta, mi ci ero un po’ affezionata. E poi era un liceo scientifico e io all’epoca avevo questa idea di fare la veterinaria e il fatto che quella scuola mi aprisse la possibilità di farlo anche se non ero proprio sicura mi rassicurava. All’università, sono finita a fare lingue.

In questo caso ho scelto con più cognizione di causa. Archiviato quel mezzo sogno di fare la veterinaria (le materie scientifiche, avevo scoperto, non facevano proprio per me, visto che avevo un 5 fisso in pagella in fisica e matematica), mi ero aggrappata a quello che mi riusciva meglio alle superiori: le lingue (be’, solo l’inglese) e la scrittura. Lettere non mi ispirava molto, mi sembrava una facoltà un po’ troppo ripiegata sul passato, su materie interessanti sì ma un po’ fini a se stesse, come linguistica, semiotica etc. Nella mia facoltà sono finita a fare circa cinque esami di linguistica e due di semiotica, più un indefinito numero di letterature, italiane e straniere. Ma si tratta di una disciplina umanistica, no?

I corsi che insegnassero qualcosa di pratico in cinque anni sono stati ben due. Informatica (word, excel, html) e “comunicazione visiva”, un corso assurdo tenuto da due personaggi assurdi che ci hanno messo davanti a un Mac con inDesgin aperto e ci hanno detto “Usatelo per costruire un libro”. Che non è tanto diverso da imparare a usarlo da autodidatti, ma almeno inDesign non l’ho dovuto comprare.

Era il 2008 quando ho finito la triennale. Mi sono guardata intorno, la crisi era appena iniziata e ho pensato “Non è proprio il momento giusto per cercare un lavoro”. Ho deciso di fare altri 2 anni di specialistica in università e nel frattempo di iniziare a tastare il terreno in ambito lavorativo. Il terreno era sdrucciolevole e assolutamente privo di appigli. E il panorama deserto.

Altri due anni di specialistica quindi, in cui ti immagini di specializzarti in qualcosa. Ma no, stupidina. Sono solo altri corsi sulle stesse cose che hai studiato in triennale. Mi sono laureata quindi a inizio 2012 e la situazione lavorativa sappiamo tutti qual era allora (e qual è tuttora). Da allora ho fatto stage non retribuiti, lavoretti, corsi, ma ancora non so cosa ne sarà del mio futuro. Il primo step è stato: ok, ho fatto questo corso di laurea.
Qualcuno sa per quale tipo di lavoro è stato creato? Quali sono gli sbocchi professionali? Cosa diavolo mi ha insegnato a fare? No, nessuno?
Nessuno.
E che frustrazione quando la gente ti chiede “E con i tuoi studi cosa potresti fare?“. Di solito rispondo “Be’, il mio ambito è…” e dò una risposta diplomatica e generica. A volte vorrei rispondere “Pulirmici il…” ma non mi sembra carino.

La verità è che non lo so neanche io. La verità è che mi sono fatta prendere dall’entusiasmo che c’era all’epoca per i corsi di laurea con nomi strani che poi no vogliono dire niente e che poi hanno corsi altrettanto allettanti sulla carta e che non c’entrano niente in pratica. In “Strategie editoriali per la promozione” si studiava la struttura delle case editrici e siamo arrivati addirittura a esaminare il bilancio di una di queste. Uno dei corsi più interessanti che io abbia frequentato, eh, però di strategie per la promozione neanche l’ombra. La verità è che ho guardato sul sito i corsi che facevano parte di quel corso di laurea e mi interessavano tutti e ho pensato “Se esiste un lavoro per cui mi serviranno queste nozioni è quello che voglio fare io!”.

5 anni dopo ho scoperto che quel lavoro devono ancora inventarlo.

Una volta ho fatto un precolloquio in un’agenzia per il lavoro somministrato (quelle come Adecco e Manpower per intenderci) e la gentile signorina che avevo di fronte, dopo che le avevo snocciolato le mie peripezie in quanto a istruzione, mi ha detto la seguente frase:

“Insomma, come avrai capito loro cercano una persona seria, affidabile e CHE NON ABBIA GRILLI PER LA TESTA”.

Io sono ovviamente rimasta impassibile e sorridente (prima regola del perfetto candidato) e ho annuito senza fare una piega. Nel frattempo dentro di me pensavo (a voce piuttosto alta): “Questa mi sta dicendo che io ho passato 5 anni della mia vita davanti ai libri e a fare nottate insonni prima degli esami per ritrovarmi non solo a non fare il lavoro dei miei sogni, ma pure a non dover AVERE GRILLI PER LA TESTA?!? I GRILLI PER LA TESTA NON SOLO DOVREI AVER ACQUISITO IL DIRITTO DI AVERLI, MA DOVRESTE PERSINO ESSERE CONTENTI SE LI HO!”

Dopo qualche minuto, terminato il colloquio, sono uscita dall’agenzia e ho continuato a rimuginare su quella frase (a voce più bassa). Sul serio è possibile dire una cosa così triste a una giovane neolaureata che sta cercando quello che sarebbe praticamente il suo primo lavoro dopo 5 anni di università passati a farsi grilli per la testa sul suo futuro? Sul serio è possibile che un’azienda nel 2012 (ora 2013) cerchi personale che serva solo a svolgere meccanicamente un lavoro ripetitivo (e non stiamo parlando di un lavoro da operaio in fabbrica, per capirci) e che oltretutto non abbia neanche la voglia non dico di crescere ma anche magari di far crescere e migliorare l’azienda?

Mi sono intristita così tanto che al colloquio con l’azienda non ci volevo neanche andare. Volevo far fissare l’appuntamento e poi presentarmi con una maglia del grillo parlante di Pinocchio, o in bikini, o non presentarmi proprio. Volevo avere le palle di avere davvero grilli per la testa e di dirlo in faccia alla tizia delle risorse umane e di esserne fiera.

Ci sono andata, poi, al colloquio; ho recitato la parte, ho sorriso, ho fatto la persona seria, ho persino cambiato fotografia del profilo su Facebook per immedesimarmi di più nel ruolo (e nel caso remoto che avessero fatto un giro sulla mia pagina). Ho abbassato la testa, perché alla fine un posto di lavoro lo vogliamo tutti. Ma nel frattempo un pezzettino di me l’ho perso e non lo ritroverò più.